Intervista a Federico Moccia…


Carissimi lettori, anche oggi ho una sorpresa per voi…

Un’ intervista che Federico Moccia, ci ha gentilmente concesso qualche settimana fa!

Scrittore, sceneggiatore e regista Italiano che dopo essersi affermato come autore di testi per produzioni televisive, che variano da spettacoli di intrattenimento a serie tv, raggiunge il successo con il romanzo “Tre metri sopra il cielo”, da cui nel 2004 è stato realizzato il film omonimo.

Il film poi lo trasforma in un libro di culto tra i giovanissimi e diventa un bestseller. Il romanzo racconta la storia d’amore tra Babi e Step, due adolescenti che per la prima volta nella loro vita si innamorano. Dopo numerosi ostacoli i due finiranno per lasciarsi. Si arriva così all’altro libro “Ho voglia di te”, in cui viene descritto uno Step più maturo, ma ancora provato dalla fine della sua relazione.Il ragazzo però conoscerà Gin, che sarà in grado di farlo innamorare di nuovo.

Quest’anno è uscito il terzo libro della saga, “Tre Volte Te”, che vede protagonisti sia Babi che Step e Gin.

In questo libro, Step verrà messo davanti ad una scelta importante, dovrà scegliere tra Babi Gin.

Noi abbiamo voluto intervistare Federico Moccia, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro e nella speranza di scoprire se vi sarà anche in questo caso il sequel cinematografico.

Ecco cosa ci ha raccontato per voi…

Ci Parli un po’ di Lei.

«Mi piace molto quando sono gli altri a parlare di me, perché così scopro nuove cose di cui spesso non mi rendevo conto. Guardarmi attraverso gli occhi degli altri è una grande lezione. La mia carta d’identità non basta. Più di una volta ho provato a raccontarmi al pubblico e credo che la sintesi migliore non sia la mia biografia, i dati concreti, cosa ho fatto o non ho fatto. Semplicemente sono le parole che amo, le storie che racconto, gli amici più cari che mi accompagnano in questa vita. Sono nei quadri che dipingo (perché a volte mi cimento con pennelli e tela), nella penna che uso quando scrivo (perché la prima stesura dei miei libri è sempre a penna), in un piccolo regalo che scelgo per fare una sorpresa. Sono padre di due bellissimi figli, un compagno e un marito felice, un amico (spero). Mi ritrovo nelle pagine degli scrittori che amo, nei fotogrammi di un film che mi commuove. Mi perdo negli occhi di chi amo e mi ritrovo in quelli di chi mi fa sorridere e sa ridere di sé. Sono le cose che amo: l`amicizia e la lealtà, la solitudine e la compagnia degli amici, il silenzio e lo scoppio improvviso di una risata. Correre in moto, quando la visiera del casco è alzata ed entra il vento. Nuotare in mare. Sono curioso come una donna, dicono a volte i miei amici. E io rido. Ma credo che la curiosità sia una cosa bella, e comunque, che non appartenga ad una sola categoria. Amo il mio essere adulto oggi, perché è frutto del ragazzo che ero ieri. Che ha provato dolore, gioia, solitudine, delusione, voglia di reagire, speranza. Nessuno ti ascolta se non sei credibile. E sei credibile quando non hai paura di dire chi sei».

Com’è nata la sua passione per la scrittura?

«Da piccolo. Scrivevo sui diari, mi inventavo storie, facevo temi lunghissimi. Sapevo che le parole e la narrazione erano parte fondamentale di me, lo sentivo. Non potevo farne a meno. Ho iniziato a scrivere perché avevo voglia di leggere una storia così come nessuno era mai riuscito a raccontarmela. E credo sia un po’ lo stimolo iniziale per tutti. Poi, pian piano, la scrittura è diventata una compagna di viaggio, un modo per creare mondi legati comunque al quotidiano di tutti noi e avere un punto di vista diverso e personale su quello che, in un modo o nell’altro ci lega. Mi ha sempre colpito molto una citazione di Stephen King: “Perché gli scrittori ricordano tutto, Paul. Specialmente quello che fa male. Denuda uno scrittore, indicagli tutte le sue cicatrici e saprà raccontarti la storia di ciascuna di esse, anche della più piccola. E dalle più grandi avrai romanzi, non amnesie. Un briciolo di talento è un buon sostegno, se si vuol diventare scrittori, ma l’unico autentico requisito è la capacità di ricordare la storia di ciascuna cicatrice”. Ecco. Ho sempre pensato di poter aggiungere una considerazione a questa citazione: oltre a ricordare la storia di ogni cicatrice, voglio cercare di ricordare il senso di ogni sorriso e gioia provata, le volte in cui un attimo di felicità ha invaso tutto e quelle in cui ho fatto importante o ho aggiunto qualcosa di buono a me stesso. Scrivo perché le mie storie sono in fondo un po’ le possibili storie di tutti, al di là dei dettagli, dei nomi, dei fatti. Parlo di essenza, di quel minimo comun denominatore che si chiama vita. Se non fossi uno scrittore, sarei una persona che sogna di fare lo scrittore e cerca di realizzare questo sogno. E nel frattempo farei un lavoro che consiste nel costruire qualcosa di concreto. Chissà, fosse sarei un falegname o un cuoco».

Ci racconti l’emozione del suo primo romanzo

«Immensa. Avevo una gran paura. Mi stavo mettendo in gioco e non avevo dei paracadute. Mi muovevo con una fiducia cieca verso quello che sarebbe potuto accadere facendo circolare la storia di Babi e Step. Fui ostinato. Ricevetti molti rifiuti. Ma andavo avanti come un panzer. Avevo voluto fortemente quel libro. Raccontare quella fase straordinaria e complessa con cui tutti, giovani e adulti, dobbiamo e abbiamo dovuto fare i conti. C’è sempre moltissimo da raccontare, specialmente se non vogliamo fare un trattato sociologico ma ci interessano semplicemente le storie. Storie credibili, concrete. Ognuno di noi a nostro modo non abbandona mai la sua parte bambina. C’è chi sa conviverci senza sindrome di Peter Pan, diventando consapevole e responsabile, ma ancora capace di stupirsi come la prima volta. C’è chi invece pretende che quella parte non si smorzi mai ma soffochi quella adulta, per la paura di invecchiare e, un giorno, morire. Credo che la voce del ragazzo che tutti siamo stati suggerisca sempre qualcosa di utile anche da adulti e non dovremmo ignorarla. Spesso ci ritroviamo nell’età dei “grandi” senza sentirci tali. Lì per lì spaventa ma poi scopri che la maturità è fantastica proprio perché implica la possibilità di rispondere appieno di meriti ed errori, nel bene e nel male, senza reti di protezione. Tutto dipende da te. E tu sei così perché sei stato quel ragazzino. È grazie a lui che oggi hai un certo approccio piuttosto che un altro alla vita. Raccontare l’adolescenza significa rispettare quella fase della vita senza sminuirla o trattarla come un cliché. Significa avere il coraggio di guardarsi dentro per scoprire quanta distanza si è messo tra noi-oggi e noi-ieri. E se è servito a qualcosa quell’ottovolante di idee, speranze, convinzioni assolute che avevamo allora. Per farlo però non ha senso solo guardare alla propria adolescenza ma bisogna osservare quella attuale, ascoltarla nelle sue diverse sfumature, senza renderla sempre e per forza un trattato generico di sociologia. Allora non sapevo chiaramente tutto questo. Era più un’intuizione. Ma era fortissima. Quasi viscerale».

Come mai ha voluto scrivere il seguito di “Tre metri sopra il cielo” e “Ho voglia di te

«Perché le storie non finiscono. E oggi le consumiamo troppo in fretta credendo di averle capite e conosciute a fondo. Ma molto resta non detto. Dico spesso che le storie d’amore hanno il tempo della vita, quello vero delle nostre giornate. Non cambiano solo per il fatto di essere narrate in un romanzo, la sostanza è la stessa, altrimenti non sarebbero credibili per chi legge. Volevo seguire ancora i miei personaggi, volevo sapere cosa sarebbe accaduto tra loro, tra Step, Babi e Gin. Perché è quello che ci accade ogni giorno con gli altri, quando ci affezioniamo. La finzione narrativa ha accorpato i molti anni trascorsi tra le pubblicazioni in un arco temporale di soli sei. Ma il lettore accetta il patto della “menzogna cronologica” per andare al sodo. Perché lo spazio del romanzo gli permette di poter tradire le convezioni spazio-temporali della realtà e scombinare le attese. Questi sei anni pesano molto. Sono più densi degli undici che separano “Ho voglia di te” (2006) da “Tre volte te” (2017) il libro e dei venticinque (1992-2017) che coprono l’arco complessivo di vita dei personaggi. D’altro canto ho scelto di aspettare perché oggi manca la possibilità di far sedimentare l’impatto e le implicazioni delle storie e volevo comunque dare anche un fondo di verità temporale, anziché saturare tutto con uscite a raffica, come se a contare fosse più il mercato che le reazioni che speravo di suscitare».

C’è un po’ di lei in questo romanzo?

«Una domanda che vale per ogni autore. C’è sempre un po’ di noi in quello che scriviamo. Non tanto nell’esattezza dei fatti, quanto nei punti di vista, nell’angolo in cui si sceglie di posizionarsi per raccontare una storia. A volte ho tratto spunto da qualcosa che ho visto e vissuto davvero. È accaduto con Step ma anche con Alex, Nicco, Carolina e Tancredi, i protagonisti degli altri miei romanzi. Solo che i libri non sono autobiografie, sono davvero altri mondi. Mi lascio trasportare dai miei ricordi di ragazzo e dalle storie che osservo e che mi vengono raccontate. Quello che cerco in realtà è proprio il contrario: vorrei che le mie storie raccontassero episodi e sensazioni simili a quelle vissute dai lettori. Perché non conta che la storia non sia esattamente quella che ogni lettore ha vissuto. Basta ritrovarsi nelle sensazioni, nelle atmosfere, immedesimandosi in qualcosa che sia realistico. Quindi tutto entra nella mie storie. La vita vera che mi gira intorno e di cui faccio parte».

Anche per questo romanzo ci sarà un film al cinema? Se Si, sarà riconfermato lo stesso cast?

«Potrebbe! Mi lascio sempre aperta una porta, in base a come potrebbero sviluparsi le mie intenzioni. Quello che so per certo è che, avendo uno stile di scrittura molto “visuale”, che si muove per immagini, l’adattamento cinematografico è abbastanza semplice. Scrivere in generale, che si tratti di un libro o di un film, è un mix tra esperienza e creatività. Si attinge a ciò che si conosce, lo si rielabora (anche restando molto attinenti alla realtà dei fatti) e si creano dinamiche che possano coinvolgere un numero di persone ampio e sconosciuto. Così una dinamica personale (che teoricamente quindi potrebbe essere troppo soggettiva per accattivare gli altri), diventa più corale. Una storia di tanti. In cui ci si riconosce e ci si può sentire parte di un patrimonio collettivo. Poi capita una sorta di illuminazione, un istante in cui scatta qualcosa che mette insieme alcuni elementi incamerati in chissà quale angolo di noi. Credo quindi che tutto sia connesso e l’adattamento sia semplicemente un nuovo modo di vedere la storia narrata».

La serie si fermerà qui o continua?

«Potrei divertirmi a farti una controdomanda: le storie d’amore finiscono davvero all’ultima pagina di un libro o del fotogramma di un film? È un aspetto che mi affascina da sempre. Quindi, la verità? Mica lo so, sai. Mi sono abituato alla possibilità di farmi stupire da Step e Babi. la scritta “The end” sancisce solo il momento in cui si interrompe la narrazione. Non la fine vera della storia, le storie durano finché c’è vita».

Mi dica tre aggettivi che identificano lei e tre per il suo libro.

«Vediamo. Sono curioso, testardo, sognatore. “Tre volte te” è intenso, vero e pronto al confronto, che non è un aggettivo, ma è bello anche spiazzare!».

Lei è un ottimo scrittore, leggendo la sua biografia però ho notato che ha avuto difficoltà ad emergere. Ora che è uno scrittore di successo, che consigli darebbe a chi si accinge ad iniziare questa carriera?

«Grazie anzitutto per il tuo complimento! L’iniziale rifiuto che nel 1992 ebbe “Tre metri sopra il cielo” da parte di grossi editori era meno forte della mia passione. Non si scrive perché si vuol essere pubblicati, non è quella la finalità ultima, il vero scopo è comunicare, arrivare alla gente e i modi sono vari. Se un grande editore lì per lì non accetta il tuo lavoro, allora ci investirai tu e lo pubblicherai così, intanto, vedendo che succede. E poi crederci. Tanto. Sempre. Perché la voglia di immaginare personaggi e scenari non finisce mai, anzi, si alimenta di volta in volta proprio grazie alle storie già nate, alle esperienze, agli incontri. Dopo un rifiuto, occorre continuare a preparare il terreno per nuovi percorsi narrativi. Finché continuerò a stupirmi, a commuovermi, a cercare la bellezza e la semplicità, a emozionarmi per un sorriso non dovuto, un abbraccio inatteso, un fiore che cresce sull’asfalto nonostante nessuno lo guardi, finché mi lascerò trasportare dall’ispirazione d’impeto da strutturare poi in una trama che mi affascini, avrete sempre miei nuovi libri da leggere. Perché come dice Joseph Chilton Pearce “Per vivere una vita creativa dobbiamo perdere la paura di sbagliare”. E io non ne ho. Sbaglio e non ho paura di farlo».

Per noi di “Scrivere a colori” è stato un grande onore poter chiacchierare con un grande scrittore, che come spesso accade, si è rivelato anche una grande persona!

Cosa vi aspettate da questo libro, e secondo voi, come andrà a finire questa tormentata storia d’amore?

Via con i commenti 😉

Un abbraccio e al prossimo post,

ENISLAMECA

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